Dall'edilizia al turismo.

 

Anche se non ci fosse stata l'alluvione, un periodo storico di uno svilippo urbano confuso si sarebbe in breve tempo chiuso, con il finire degli anni '60. Non potendo aggredire le colline - tutto ciò che era stato occupabile era ormai quasi totalmente occupato - si sarebbe solo potuto procedere a trasformazioni del centro storico o a completamenti in modesti spazi.

La grettezza, propria di una classe imprenditoriale sorta con modeste dimensioni e senza cultura, rimaneva tale anche dopo vent'anni e non aveva nemmeno la forza di capire che lo spazio si andava esaurendo e che sicuramente sarebbe stato necessario prendere la strada di grandi interventi di raccordo, di strutture pubblico private tra Firenze e Prato. No, l'ottuso ceto edilizio, dominante in quel ventennio, continuava a pensare nei termini del facile sfruttamento della rendita, ciecamente alla ricerca di qualcosa ancora da fare nei confini tradizionali della sua azione, eppure si poneva l'obiettivo di trovare altre fonti di “sovvenzionamento” nelle possibili opere pubbliche. Su questo secondo punto non ci sarebbe stato spazio per le piccole e medie imprese; solo chi aveva raggiunto una certa dimensione industriale avrebbe potuto facilmente monopolizzare nel decennio successivo le poche realizzazioni di rilievo sul piano dell'iniziativa pubblica.

Ancora, però, fino alla prima metà degli anni '70 una classe politica tradizionalmente solidale si adoperò, con l'intermezzo nel '69-70 di un altro commissario prefettizio, per consentire la sopravvivenza dei soliti interessi speculativi. Allo svuotamento d efficacia del piano di Edoardo Detti si rispose con i completamenti consentiti dalla legge ponte del '68, con varianti e variantine in un'impressionante sovrapposizione di carte lucide, appunto di variazione al disegno progettuale, che in poco tempo portarono ad una situazione per cui, a parte qualche tecnico che aveva seguito passo passo tutto ciò che era avvenuto negli anni, nessuno sarebbe più stato in grado di fare una lettura certa dello stato di legittimità delle iniziative sul territorio fiorentino.

Per la nuova giunta di centro-sinistra che si sarebbe costituita dopo le elezioni del 1970 la variante sarebbe diventata il pane del contenzioso quotidiano, quasi in una ricerca, soprattutto da parte della Democrazia cristiana e del Partito socialdemocratico, di una disperata speranza per cui potesse ancora essere possibile quello che era statonei vent'anni precedenti. Poiché, poi, di politica urbanistica si nasce si governa e si muore, la stessa giunta si sarebbe spenta ancora anticipatamente nel '74, proprio su un finale conflitto su tali questioni fra il partito socialista e gli altri alleati della coalizione.

L'alluvione, comunque, aveva riproposto ad una opinione pubblica non locale il tema di firenze e naturalmente la classe politica doveva cercare delle risposte che non fossero solo quelle prima accennate.

Queste risposte furono dopo il 4 novembre il risibile tentativo, peraltro preso molto sul serio da quasi tutti, di fare a Firenze le olimpiadi; la nuova richiesta progettuale a Michelucci incaricato insieme ad Ardigò di fare il piano di Santa Croce, il quartiere più colpito dal disastro; il concorso per la Fortezza da Basso. Il primo caso si risolse nel nulla come era ovvio ed anche auspicabile, il secondo in uno studio che rimane ancora nella memoria dei tanti professionisti che collaborarono e nella categoria delle belle intenzioni ricorrenti; il terzo, anche questo ovvio, in una inutile competizione, per poi realizzare negli anni '70 un bel capannone sedicente provvisorio e a distanza di anni sempre più stabile per le innumerevoli manifestazioni di promozione economica dell'area di fiorentina. Naturalmente ci si pose il problema dell'università e anche per questo all'inizio degli anni '70 si svolse un concorso, vinto dal gruppo guidato da Detti, il cui esito è stato appunto, fino a oggi il concorso.

Le stesse considerazioni si potrebbero fare per i progetti dell'aereoporto di firenze, anche in quegli anni centralissimo nel dibattito e nell'iniziativa politica, con la conseguenza che a tutt'oggi rimane, con una pista un po' allungata, il piccolo aereoporto di Pretola, da cui, si dice, prima o poi tenterà di decollare qualche piccolo aereo con una bella e ravvicinatissima vista sulla cupola del Brunelleschi.

Conviene a questo punto tornare all'alluvione come ad una sorta di fatto emblematico per spiegare quanto poi saebbe avvenuto di nuovo nella città di cui parliamo. L'acqua e il fango di quel giorno in cui dovevano aprirsi le caserme per la festa delle Forze armate funzionarono quale detonatore di una situazione che stava maturando già da lungo tempo.

Senza che il fatto assumesse un significato di determinante prevalenza politico-sociale, Firenze aveva visto nei decenni dalla fine della guerra crescere in maniera notevolissima le attività commerciali; i dati sulla terziarizzazione commerciale negli anni '50 e '60 sono assolutamenle espliciti su questo fatto. Questo era dovuto al fenomeno dell'inurbamento, della espansione fisica della città, dello sviluppo dei consumi, dello spostamento dalle tradizionali attività artigiane a quelle mercantili, ma ciò avveniva senza che questi vecchi e nuovi strati assumessero un ruolo determinante nella vita politico-sociale.

Contemporaneamente a questi mutamenti locali succedeva qualcosa di assai piú importante nel mondo: si organizzava e si sviluppava l'impressionante fenomeno culturale del turismo di massa, l'industria internazionale del trasferimento forzato di moltitudini alla ricerca di sensazioni, sulla base dei livelli di benessere raggiunti nei diversi paesi europei e extraeuropei. Alluvione o non alluvione, può darsi che il destino di Firenze fosse comunque segnato da questa contemporaneità e che lo spettacolo attuale di una città distrutta da truppe cammellate di visitatori ignari, in un sublime incontro con la frenesia automobilistica degli indigeni, fosse inevitabile, ma non vi è dubbio che il parziale svuotamento del centro storico che allora si determinò, indusse ad una frenetica sostituzione delle vecchie residenze e attività con un terziario commerciale predisposto ad assoggettarsi all'occasione di facili e turbinosi guadagni.

La tendenza delle popolazioni antiche a lasciare le vecchie strade e le non agiate abitazioni del centro si accentuò di fronte alla melma e cosí si abbandonarono i piani terra per farci pizzerie e negozi turistici e i piani elevati per essere occupati prima dagli uffici del terziario e dagli showrooms e poi da una recente borghesia che, non avendo palazzi aviti o ville nei dintorni, avrebbe scoperto il fascino della finestra e della terrazza sui tetti di Santa Croce e Santo Spirito. I politici facevano discorsi o conferivano incarichi, affluivano molti denari per il restauro delle opere d'artee e gli addetti si dedicavano onestamente al loro mestiere, ma la città si apprestava a cambiare profondamente. Quel tanto che era rimasto di una struttura sociale antica, per le relazioni e lo stile, nel centro, se ne andava con il prosciugarsi dell'umidità del novembre '66, mentre aggressivamente e rapidamente si formava un nuovo ceto medio, con tutte le caratteristiche usuali, ma con una diversa concezione di se stesso e della sua capacità di influenza e di egemonia. Un ceto medio mercantile che non aveva niente a che fare con una struttura bottegaia tradizionale, ma che, occupando prima di tutto il luogo fondamentale dell'immagine di Firenze, il centro, rivendicava uno spazio diverso e piú importante che nel passato nella vita della città.

Chissà cosa penserebbe oggi Giovanni Papini che in una famosa serata futurista del 1913, al Teatro Verdi, si scagliava veementemente contro una Firenze asservita ai turisti stranieri, bottegaia, piccolo-borghese, che era soprattutto, allora, nella fantasia degli intellettuali e degli artisti scontenti di una dimensione provinciale; forse penserebbe di essere stato un grande anticipatore, ma non potrebbe certo confrontare la mostruosa realtà attuale con quella degai anni '1O. E sicuro però che l'epigrafe coniata sempre da Papini per l'Amanacco Purgativo, stampato nel '14 da Vallecchi, sembra una insostituibile definizione attuale: “è Firenze quella cosa | dove tutto sa di muffa | tutto vive sulla truffa | Movimento Forestierl”.

L'alluvione creò le condizioni migliori per trasformare il centro in una grande bottega turistica, al servizio deLl'immagine di alcuni settori commerciali e per strutture adatte alle esigenze di visitatori frettolosi della città.

Anche qui, come sempre, si determinò per un certo periodo un contrasto sociale tra queste tendenze e una iniziativa popolare che si opponeva. Fu il periodo dei comitati spontanei di quartiere, in gran parte fatti di presenze del partito comunista ma anche di cattolici e di estrema sinistra. Furono i tempi del quartierismo, in senso buono, con una partecipazione di base inusitata e interessante, furono gli anni del movimento contestativo interno alla Chiesa, L'Isolotto, don Mazzi, lo scontro di comunità cattoliche con il vescovo.

Tutto bello, tutto pieno di aspirazioni e di vivacità, ma i solidi interessi della speculazione edilizia affannosamente tentavano di occupare i residui di un territorio ormai compromesso e gli altrettanto solidi e vivacissimi interessi della rendita di posizione commerciale avanzavano alla conquista di una responsabilità determinante, anche sul piano politico, nella città. Le organizzazioni dei commercianti, senza tanto riguardo per la partecipazione popolare, acquistavano via via un peso inconsueto nella realtà politico-sociale e si ponevano come alternativa al ceto edilizio, in via di esaurimento, per oggettive disparità di risorse possibili.

E' questo il fatto centrale su cui riflettere per interpretare l'ultimo periodo della storia fiorentina di questo dopoguerra. Ultimo periodo in cui la descrizione degli avvenimenti è quasi superflua, in quanto si assiste per ciò che concerne le grandi questioni, ad una sostanziale immobilità. Diciamo sulle grandi questioni di trasformazione urbana, poiché al contrario sul piano politico dall'inizio degli anni '70 alla metà degli anni '80 succedono molte cose. La definitiva crisi del centro-sinistra nel '74, l'avvento dell'ennesimo commissario, la svolta del '75 con l'affermazione, dopo ventiquattro anni, di una nuova giunta di sinistra, guidata dal comunista Elio Gabbuggiani, il conflitto dopo l'80 permanente e insanabile fra comunisti e socialisti ancora alleati nell'amministrazione locale.

La rottura nell'83 sull'onda di sospetti e di premesse scandalistiche, la formazione di un fragile pentapartito prima sotto la guida dell'anziano intellettuale da tutti rispettato, Alessandro Bonsanti, poi, dopo la sua improvvisa morte, di un altro repubblicano, Lando Conti, tragicamente scomparso nel febbraio del 1986 sotto i colpi di un risorgente terrorismo. La sconfitta elettorale del pentapartito alle elezioni dell'85 e la faticosa ripresa di un rapporto dei partiti laici e socialisti con il Partito comunista.

Discussioni, dibattiti, documenti, contrasti, risse politiche, ma nel contesto di nessun importante fatto di cambiamento o trasformazione e di sviluppo della città, a parte gli ulteriori spostamenti delle attività produttive rimaste nei confini cumunali. Qualche parziale completamentodi edilizia economico-popolare, un notevole tentativo di acquisizione di strutture per dotare le varie parti della città di servizi pubblici, finito purtroppo per vari motivi in scandali, e quindi in un blocco degli interventi per rendere positiva questa politica dei “contenitori”, che era stata una caratteristica di un periodo in cui era prevalsa la concezione della “città costruita”, e quindi della ricerca, nei limiti del possibile, di miglioramenti interni ad una struttura considerata ormai completata.

Gli stessi dati sulla popolazione dimostrano l'assestamento che si era compiuto con la fine degli anni '6o e con l'alluvione. Sono dati infatti di stabilizzazione, con una tendenza alla diminuzione, con una crescita della percentuale relativa agli anziani, mentre sul piano delle attività lavorative si intensifica la lavorazione terziaria, soprattutto in una accezione commerciale o di servizio a questo settore.